Articoli con tag: riflessioni

Letture Wiccan, ovvero come smetterla di puntare il dito

L’altra sera ero alla presentazione romana di un libro che ha catturato la mia curiosità per il nome dell’autrice e per le buone parole spese da tutti quelli che l’avevano letto. Si tratta de I Poteri della Wicca di Vivianne Crowley. Apparte il titolo infelice è un libro che mi sto letteralmente divorando e di cui onestamente si sentiva il bisogno. Perché se è vero che non tutti i libri sulla Wicca provenienti dall’America sono merda, quelli buoni non sono molti, e il dato da non dimenticare è che la Wicca è forse l’unica religione che l’Inghilterra abbia regalato al mondo. Questo incontro letterario inoltre è capitato proprio mentre stavo finendo di leggere (anche lì, avidamente), l’autobiografia della stupenda Maxine Sanders intitolata Firechild.

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Le sfide dell’amore (considerazioni su Oshun)

E così stasera è di nuovo Luna Piena, me ne sono accorta ieri, prendendo un treno serale, quando la luna è spuntata nella sua lucente maestosità all’orizzonte. Per fortuna non l’ho mancata perché se c’è una cosa di cui sento il bisogno in questo momento è di affidare le mie magagne spirituali alla Dea, comunque vogliate chiamarla, e chiederle di prendermi per mano in questo periodo sentimentalmente ostico della mia vita. Anche i problemi d’amore sono problemi spirituali, mi è stato detto recentemente, ed è qualcosa che ho sempre pensato. La mitologia è piena di donne magnifiche che corrono dietro a uomini mediocri, facciamocene una ragione. I consigli dei guru new age sono al 90% consigli sull’autorealizzazione a prescindere dalla coppia, e anche questo è un fatto.

All’inizio del mio percorso l’amore non mi turbava più di tanto. Sono cresciuta pensando che per me il lavoro, la carriera e lo studio venissero prima del mio appagamento sentimentale. Se è vero per molti tuttavia il mio percorso di autoconsapevolezza mi ha insegnato che per me non è così. L’Amore conta, forse perché sono un segno d’acqua inguaribilmente romantico, chissà. O forse perché esiste davvero un prima e un dopo il sesso, cambia qualcosa nella vita, nel pensiero, nelle aspettative riguardanti gli altri.

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Fare pace con Dio

Ieri sera ho visto un film che a quanto pare non potevo perdermi per nessun motivo, e ora capisco perché. Sto parlando di Vita di Pi, diretto da Ang Lee.

Capita proprio in un momento in cui sto riflettendo spesso sul fatto che ogni religione non deve escludere per forza l’altra, riflessione che deriva soprattutto dalla natura sincretica della Santeria. Quando ho chiesto come potevo cominciare a lavorare con un certo Orisha mi è stato consigliato di utilizzare un immagine africana o in alternativa una cattolica, senza problemi.

Vita di Pi descrive un personaggio che nelle religioni è stato capace di cogliere le connessioni, le assonanze e tutto ciò che è positivo. Non viene nominato il Male nemmeno una volta. Pi è induista, cattolico e musulmano e tutto ciò dove la sua anima lo conduce, dal momento che considera la fede una casa con molte stanze. Un’altra donna (che vedrete sarà presto sulla bocca di tutti grazie alla nuova stagione di American Horror Story!) – sto parlando di Marie Laveau – era nota per frequentare prima la messa cattolica e poi Congo Square senza troppi problemi. Sono solo due esempi (di cui uno letterario, me ne rendo conto), di come si possa vivere la fede, la religione in modo positivo e propositivo.

Per tanti anni ho odiato con tutta me stessa la fede cattolica in cui sono stata cresciuta. Non so se a torto o ragione, ma ho cominciato a capire che forse ho confuso l’uomo con Dio. Che ciò che non mi è andato bene e con cui mai sarò d’accordo sono le posizioni di certi uomini e certe donne e non il messaggio di una religione in sé.

Certo non sto pensando né di tornare a messa a farmi dire cosa fare o non fare (non è proprio il mio forte) né di cresimarmi né di sposarmi un giorno in chiesa. Del resto, volente o nolente, la mia cultura è scissa tra un’ infanzia di cattolicesimo e un tempo equivalente ma più consapevole di neopaganesimo. Sono due anime che non nascono certo per convivere eppure lo fanno nella storia di molti di noi.

Forse la mia però è un’età in cui posso far pace con quel Dio che ho rinnegato tanti anni fa e lasciare che anche questa parte di me abbia modo di esprimersi.

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Dopo un intenso week-end di letture al tavolino del bar posso affermare che…

…C’è un magico momento nella lettura dei tarocchi ad un/una perfetta sconosciuta in cui lo scetticismo iniziale – della serie sguardo fermo e labbra piegate nella classica smorfia che segue la frase “mi dispiace, tanto io non ci credo, è come l’oroscopo troppo generico”  (Che poi sarebbe bello che tutti sapessero che l’oroscopo è qualcosa di più, o almeno può esserlo, come tutto vive in una gradazione di qualità) – segue prima quel lieve stupore che abbacchia la faccia e sgrana appena appena gli occhi e poi, se la cosa è bella, se la lettura rivela qualcosa di profondo, se c’è quell’intesa particolare tra chi legge e chi viene letto, che nessuno al di fuori di loro due può apprezzare in quel momento anche se fisicamente presente, l’occhio diventa lucido, lo sguardo differente, quasi d’affetto verso me che ero sconosciuta o non creduta, spesso viene detto un grazie. Poi la magia si spezza, si torna a ciò che era prima.

Io mi domando sempre da quale misteriosa fonte numenica arrivino certe illuminazioni così puntuali e nell’altra persona nasce probabilmente il dubbio che qualcuno me l’avesse detto, finisce insomma il magico momento. Ma c’è stato.

 

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L’iniziazione è un fatto umano

Tempo fa parlavo della mia personalissima difficoltà a fidarmi completamente di una guida “religiosa”.

Sono precisamente 11 anni che ho rifiutato qualsiasi ingerenza nel mio percorso, atteggiamento che mi ha portato anche a scaricare indegnamente la coven Wicca che avevo trovato dopo tanta fatica e tante ricerche. Perché se da un lato il bisogno di imparare da qualcuno, di affidarsi, è sempre stato presente, dall’altro la fiducia nel prossimo è sempre stata poca, a prescindere. Fiducia sulla qualità e sulla realtà di ciò che viene insegnato e fiducia sulla persona che te lo insegna. In Italia (e dico così semplicemente perché è l’unica realtà che posso dire di conoscere), nasce una corrente al giorno, una sacerdotessa al giorno. E non va bene. Pur sentendomi ormai estranea al discorso prettamente neopagano, che pure ha modellato la mia persona per tanti anni e negli anni più importanti, storco il naso di fronte alla deriva a cui stiamo assistendo.

Un osservatore attento non potrà che concordare, ma non è questo ciò di cui volevo parlarvi oggi.

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La bellezza della laicità

Fin dall’inizio una delle cose che ho profondamente amato del Neopaganesimo, a prescindere dalle sue declinazioni, è una netta separazione tra il proprio percorso spirituale e le proprie scelte politiche.

Ovviamente in quanto cittadini la nostra religione influenza le nostre convinzioni e le nostre idee sugli altri e sugli oggetti più propriamente politici. Ma l’assenza di un capo riconosciuto, di un testo sacro che sia uno, di una chiara organizzazione a livello macro che indirizzi tutti gli altri (se escludiamo i principi della Pagan Federation, che in ogni caso rimangono principi spirituali e che non hanno la caratteristica dell’obbligatorietà), ha evitato quella deriva che coinvolge dall’inizio dei tempi la maggior parte delle religioni organizzate e secolarizzate e che vuole che, a un certo punto della storia, le convinzioni religiose personali entrino con passo di piombo nella sfera pubblica.

Non conosco, almeno nel mio ristretto ambiente e per quanto riguarda la rete, nessun neopagano che abbia preso decisioni politiche per ragioni prettamente religiose, ma solo persone che hanno agito da cittadini e cittadine, in modo totalmente variegato e differenziato. La politica non entra nel discorso spirituale, se non per pochi limitati temi che tra l’altro non coinvolgono tutti nello stesso grado e nella stessa intensità (ad esempio i temi animalisti, ambientalisti, diritti civili, ecc.).

E questa la trovo una cosa meravigliosa, apprezzabile, incredibile. Da un lato potrebbe sembrare un vivere doppio, uno sdoppiamento della testa che, come dire, ragiona in un modo o nell’altro a seconda delle circostanze, eppure non è così. E’ invece un’evoluzione della forma religiosa che io trovo estremamente civile e che arricchisce ancora di più un mondo che trova nella difficoltà ad uniformarsi ad uno standard il suo punto di forza maggiore.

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Santeria? te quiero

E’ un po’ che non scrivo qualcosa di significativo sul blog perché troppe cose accadono nella vita reale.

Come si intuisce dai miei ultimi post da un po’ di tempo mi sono presa una cotta. Sì, una cotta per la Santeria. Dopo qualche mese di studio e ricerca e ossessiva visione di video su youtube, mi sono decisa e ho prenotato un registro, che sarebbe, in pillole, una lettura. Attraverso questa lettura, tra le altre cose, è anche possibile sapere se è necessario o no intraprendere un percorso nella Santeria. Molto onestamente, per quanto io ami la Religione, speravo di no. Speravo che l’Oriaté e il Babalocha a cui mi sono rivolta (due persone differenti, che non si conoscono, per evitare di cadere in tranelli, internet non perdona) mi dicessero di tornare alle mie familiari cosucce da Europea e di non immischiarmi con le loro cose. Perché è difficile, è straniera, è viscerale, e comporta un sacco di cose.

Invece no. Ora, non sono sicura di poter scrivere la maggior parte delle cose di cui ho discusso durante le letture, e dunque non lo farò, anche perché probabilmente a voi non interessa. Ma le letture inequivocabilmente affermano che è meglio (per usare un eufemismo) che riceva almeno la prima iniziazione, e alla svelta. Una volta appurato questo tutti i sogni e i segni che mi seguivano da mesi e che mi hanno portato a questa scoperta sono terminati di colpo.

Perché lo scrivo qui? Perché questo blog è uno specchio del mio percorso e mi va e mi piace giustificare i cambi di stile e di argomento, e poter riflettere insieme nei momenti di svolta radicale. Perché questa E’ una svolta radicale e anch’io a tratti sono insicura e aspetto di vedere come andranno le cose. Tutti ci siamo presi una cotta per una religione lontana, sono cose che capitano. Ma c’è un momento in cui ti senti a casa? Arriva il giorno in cui, giovani ricercatori e ricercatrici del divino quali siamo, usciamo dall’empasse dell’insoddisfazione e possiamo affermare “è proprio quello che fa per me”?

Passare dal celtismo che ho coltivato per 10 anni signori, agli Orisha sarà un bel lavoro. Ma a quanto pare loro sanno chi sono io, e allora io imparerò chi sono loro.

 

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Una riflessione sulle divinità di tendenza

Nella Santeria l’iniziato non può decidere quale Orisha governa la sua testa. E’ il frutto di una complessa divinazione e di un rituale che affidano l’iniziato all’Orisha che lo reclama, non viceversa. Le mie nozioni in merito non sono così estese, ma dal momento che è qualche mese che ascolto con piacere gli esponenti di questa religione ne ho approfittato per fare qualche riflessione anche sulla mia tradizione più occidentale.

Sempre nella Santeria, gli Orisha sono centinaia, ma solo pochi di loro possono governare la testa di qualcuno. Questo è interessante perché una delle preoccupazioni più diffuse nella stregoneria moderna sono le divinità di tendenza, così come in quelle più sciamaniche lo sono gli animali.

Leggo spesso e io stessa mi sono domandata come mai avvengano dei revival periodici di divinità nordiche, celtiche e via dicendo. Noi siamo abituati a pensare, cresciuti all’ombra della Wicca più americanizzata, di poter costruire il nostro percorso in totale autonomia, ignorando i messaggi che provengono da altri mondi, siano questi inconsci o esterni a noi. La pratica della stregoneria è diventata sempre più simile alla compilazione della scheda per un gioco di ruolo: tiro i dadi e vedo un po’ dove incasellare il mio spirito guida, il mio animale totem, il mio dio patrono, scegliendo ovviamente quelli con più appeal personale.

D’altro canto però perché non pensare che esistano così come sono esistite in passato divinità più forti di altre? (Con forti intendo dotate di un culto più diffuso, più influenti, in grado di manifestarsi con più forza nella vita del praticante).

Il rapporto con il divino si basa su uno scambio di energie, prima ancora che su una non meglio definita fede, che è comunque un modo rilevante di dare nutrimento a una forma non incarnata di esistenza. Perciò se assistiamo ad un dilagare di Odino, Morrigan, Ecate, Iside, Apollo ecc ecc a discapito di divinità minori e misconosciute non è forse perché, come nel caso della Santeria, queste divinità (o archetipi, o come meglio preferite), sono in grado di reclamare praticanti mentre le altre non lo sono? Che ne pensate?

 

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La Dea della Guerra non chiede perfavore

Yoda-The-Dark-Side

Un’indicazione che non troverete nei manuali: se lavorate con una Dea della guerra fidatevi, avrete da lottare. Se non considerate questo all’inizio, se non tentate di ricordarvelo nel tempo, vi sembrerà di essere molto sfortunati o di aver combinato qualche casino metafisico.

Se il conflitto non è il vostro forte le cose sono due: dovete imparare a gestirlo (come nel mio caso) o state sbagliando percorso. Per arrivare da un punto A a un punto B non necessariamente dobbiamo fare terra bruciata, ci si può anche arrivare fischiettando.

In questa pausa dal blog che mi sono involontariamente presa mi è successo di tutto. Tutte le questioni aperte a Samhain 2011 non dico che si sono chiuse, sono proprio esplose. Con loro anch’io. E’ così che va con la guerra e la Morrigan si nutre anche, se non esclusivamente, di questo.

Qualche mese fa, alle porte di Samhain 2012, parlavo di introspezione e di discesa. La discesa comporta sempre un sacrificio personale, non si torna mai tutti interi. Finché rimane scritto questo avvertimento non rende l’idea delle conseguenze di perdere un pezzo di cuore per strada e della fatica che si fa per recuperarlo. Il prezzo da pagare è sempre e comunque la perdita di qualcosa. Con perdita non intendo necessariamente morte, ma ho scoperto che ci sono molti gradi di sofferenza da sperimentare anche da vivi.

Qual è lo scopo di questo post? Perché mettersi a citare in apertura un film di fantascienza? Perché il punto è proprio questo: la paura della perdita. Se si impara a compiere scelte non per paura di perdere qualcosa ma perché vogliamo qualcosa, il conflitto ci ha consegnato una lezione importante. Osare non vuol dire non avere paura, ma averla rimanendo presenti a se stessi, essere disposti a perdere pezzi lungo la via, a denudarsi di fronte al Re degli Inferi.

Solo che morire non piace a nessuno, nemmeno metaforicamente. Per questo ora che ho sparso i miei pezzi di cuore per strada, in Luna Crescente, ho deciso di prendermi una considerevole pausa dalla guerra e dalla Morrigan e di ritrovare un equilibrio nella pratica che mi consenta di crescere senza dover muovere eserciti ogni volta che prendo una decisione. Del resto il buio nell’anno fa pian piano spazio alla luce, è il caso di tenerne conto.

 

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Per dove passa l’introspezione?

E’ autunno, cominciano a diminuire le ore di luce e anche io sento di aver bisogno del BUIO, di dormire, di approfondire la mia metà nell’ombra per darle una nuova voce.

Era fondamentalmente l’avvio di quella che per amore di chiarezza avevo definito Dark Witchcraft, il percorso verso il basso, la via verso lo specchio.

Se è vero come romanzava Dion Fortune nel Dottor Taverner che quando aspiriamo alla Vista siamo subito messi di fronte alla nostra Anima allora non c’è sintesi migliore dei Tarocchi di Marsiglia per compiere questo viaggio, in qualsiasi direzione vogliamo muoverci. Ogni strada che porta alla comprensione degli altri ci condurrà comunque e inevitabilmente a confrontarci con noi stessi e con i nostri arcani interiori.

Ho cominciato a studiare i Tarocchi un po’ come faccio con tutto: in modo maniacale. Ho acquistato il libro di Jodorowsky che oltre a sembrare il migliore mi era anche stato consigliato da una ragazza molto in gamba e molto sul pezzo, e l’ho divorato in una giornata.

Prossimamente qualche riflessione in merito.

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