Magia che fai, lingua che parli


La funzione del linguaggio non è quella d’informare, ma di evocare.

Jacques Lacan

No, Lacan non stava parlando proprio dell’evocazione come ce la stiamo immaginando noi in questo momento, ma ho colto al balzo l’aforisma perché sembrava perfetto per introdurre l’argomento di oggi: il linguaggio e la magia. Per linguaggio intendo la lingua che si parla, a cui appartengono le parole che si pronunciano nell’atto di fare magia. A questo proposito la teoria, che non conosco, sarà sicuramente vasta.

Ricordo un passaggio del buon Crowley che descriveva (in Magick) gli effetti di un inno in greco antico su un giovane che di greco antico non sapeva proprio nulla. Il ragazzo, nonostante non sapesse cosa stava ascoltando, ebbe comunque una visione della divinità invocata e intuì chiaramente, per altre vie, di cosa si stava parlando.  Vero o no l’episodio costituisce comunque uno spunto per riflettere sul fatto che la lingua porta con sé un potere particolare, una cultura, un vissuto, un significato che non può non avere rilevanza nella pratica.

Quando studiavo in inglese, praticavo anche in inglese. C’erano alcune rime che perdevano totalmente ritmo tradotte in italiano, senza contare la suggestività di utilizzare un’altra lingua (le lingue anglofone, ammettiamolo, hanno un non so che di poetico). Se devo pregare Iside, amo farlo con il celebre verso latino:

Quoque nomine, quoque ritu, quaqua facie te fas est invocare […]

Forse è una mia pia illusione ma amo pensare che la divinità preferisca sentire la sua lingua piuttosto che la mia e, senza che mi consideriate una tradizionalista (perché sicuramente non lo sono), sono anche dell’idea che la ripetizione conferisca forza alle parole, motivo per cui se posso utilizzo preghiere, incanti, rime già in circolazione da un po’ di tempo.

Nell’ultimo periodo, mentre procede il mio lento e incerto cammino nella Santeria (ma i Santi sono lenti, e io sono paziente, comunque vada a finire), ho sviluppato la necessità di studiare in qualche modo la lingua che parlano gli Orisha, cioè lo yoruba. E, parallelamente, dato che è sempre stato il mio sogno nel cassetto, mi sono pure messa a studiare l’irlandese (che spesso viene chiamato, a torto, gaelico), perché sapete, se ho scelto Erin come pseudonimo, un motivo ci sarà!

A questo proposito vi lascio qua sotto due fonti interessanti se c’è qualcuno tra voi interessato ugualmente ad approfondire e/o apprendere da autodidatta qualche fondamento di queste lingue meravigliose. 

– Per quanto riguarda lo yoruba, data la sua complessità, ho cominciato come i bambini: dalle canzoni. In particolare questo signore gentilissimo insegna alcuni canti sacri facendone anche delle traduzioni, così che almeno qualche termine, a forza di cantarlo, sono certa mi entrerà in testa.

– Per quanto riguarda l’irlandese ho trovato, dopo tanti anni di vani tentativi, un corso per principianti con video e pdf che è fenomenale, se non altro per il parlato. E’ inutile dire che la conoscenza dell’inglese aiuta, soprattutto se si ha un po’ di dimestichezza con la fonetica sarà più facile districarsi nella lingua scritta irlandese (che è un po’ bastarda).

Quando avrò un po’ di confidenza con le basi, con qualche canto, con qualche frase, proverò ad utilizzarne  in un rituale o  in una preghiera, e vedrò se effettivamente cambia qualcosa.

(E se avete qualche esperienza in merito a lingue arcaiche e pratica magica, fatemi sapere, sono tutt’orecchi!).

 

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Categorie: Neopaganesimo, Ricerche, Santeria | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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